Andare addosso ad un ciclista

Questa è una storia che parte dai banchi di scuola e si tramanda da tempi ormai dimenticati. Potevi anche essere particolarmente bravo con un pallone ai piedi o quello che portava dei voti perfetti a casa, ma appena sentivi la primavera bussare eri sempre pronto ad aprire e andare oltre alla porta di casa, vedendo quelle quattro del pomeriggio come il vero inizio della tua giornata.
Potevi fare a meno di qualunque cosa, tranne che di una bicicletta, il primo vero mezzo per sentirsi più grandi e forse anche più liberi.
Dalle due ruote è passata la prima prova di coraggio dove, con occhi terrorizzati, si vedeva il papà o il nonno togliere con una chiave inglese quelle rotelle che per un po’ di tempo hanno salvato le tue ginocchia e non importava averli dietro per la prima spinta perchè sapevi che dopo qualche metro dovevi cavartela da solo. Ed è lì, proprio quando ti accorgi di essere capace a ballare sulla sella scoprendo che cos’è l’equilibrio, che ti senti più grande per la prima volta.

Con la scuola inizi a scegliere e ad essere scelto da nuove compagnie, ma la bicicletta non è più un testimone della tua crescita (telaio più lungo, ruote più grandi, sella più alta), ma diventa il mezzo che ti aiuta a sentirti più libero, perchè in fondo lo sai che tutti i divieti e le raccomandazioni ricevute a casa (“non superare l’isolato”, “non andare mai fuori dal paese”) non sono altro che inviti serviti su un piatto d’argento per conoscere i propri limiti e superarli, sia da solo che in compagnia.
Spingendo sui pedali inizi a conoscere un mondo nuovo che non riesci mai ad afferrare guardando dal finestrino, mentre dal manubrio nascono le esperienze che tra dieci o quindici anni ti porteranno al termine di una festa a parlare con vecchi amici e a iniziare discorsi con la frase “ti ricordi quella volta in bicicletta”. Sembra che da quella sella sia impossibile scendere, nonostante una catena saltata o una ruota forata, nonostante lo schiaffo di un genitore per essere rientrato quando ormai era buio, nonostante le deviazioni sbagliate e la paura di perdersi. Pedali e battito cardiaco diventano un tutt’uno.

Ma la bicicletta non è una storia d’amore.
Perchè arriva un momento in cui la sella diventa scomoda e non c’è più voglia di sporcarsi di grasso, le esigenze cambiano e quella bicicletta con il passare dei mesi attira la polvere, perde la pressione nelle gomme e non si muove più. Non è però un oggetto come gli altri, infatti ogni volta che passi in garage tendi sempre ad evitare il suo sguardo e riconosci che in quei raggi c’è materia viva che aspetta di ritornare sulla strada e non di essere parcheggiata per anni in un sottoscala.
Ma cambiano le priorità, i tempi. L’entusiasmo di guidare un auto e vedere tutto più facile, meno faticoso, ti fanno dimenticare da dove nasce la tua libertà.
E anche se la tua bicicletta è sempre lì ferma in quell’angolo a incassare polvere, i tuoi occhi per le altre biciclette incontrate per strada ti lasciano smarrito perchè sei consapevole di sentire quel richiamo, ma ti manca l’umiltà e il coraggio di ritornare curioso come un bambino.

La bicicletta non è una storia d’amore, ma una sorella che è lì, pronta ad aspettarci in qualsiasi momento perchè a volte succede che dopo una lunga pausa, si ritorna da lei e si ha la sensazione di riavere il proprio tempo tra le mani.
Il fisico è più potente, i chilometri percorsi aumentano, si inizia a calcolare vento, salite e discese cercando di dialogare con il proprio corpo. Anche in compagnia, la biciciletta riesce comunque a conservare la voglia di fuga, ma non riesce ancora a tenersi lontana dai pericoli.

Da bambini c’era il rischio di tornare a casa con le ginocchia sbucciate e il più delle volte era la troppa esuberanza a farti finire per terra. Da grande sulla bici rischi di non tornare a casa e morire per una distrazione, il più delle volte di chi ti arriva con un’auto addosso.
Ad un felice aumento delle biciclette nelle strade segue un bollettino sempre più drammatico. Negli ultimi mesi potremmo prendere come triste esempio la morte di Michele Scarponi, campione del ciclismo di oggi, centrato da un furgone mentre si allenava per il Giro d’Italia o il meno noto Walter Dusi, 62enne, investito da un camion mentre si allenava nelle zone di Brescia: nel solo 2016 si contano più di 250 ciclisti morti su strada per incidente.
Ad accompagnare numeri così freddi e spaventosi, ci sono anche le dinamiche che riconducono troppe volte ad impatti frontali e ciclisti buttati fuori strada, chi a causa dell’alta velocità su strade troppo strette e chi per distrazioni di automobilisti inconsapevoli di guidare mezzi potenzialmente letali.
Qualcuno vuole invocare come scudo una legge più severa che, come ogni fenomeno sociale, riesce solo a mettere una pezza ma mai a risolvere davvero il problema.

Bisognerebbe partire da un fatto: tutti i ciclisti sono anche degli automobilisti, ma non tutti gli automobilisti vanno in bicicletta.
Solo così possono spiegarsi alcuni fenomeni che si vedono su strada, dove non prevale un senso di sicurezza, ma una voglia di imporre la propria prepotenza anche al costo di odiare una persona che non conosci, ma in quel momento è sulla tua bici, si trova davanti a te e magari rischia di ritardare di circa 20 secondi il tuo aperitivo. Una prepotenza che ti costringe ad una brusca manovra perchè mentre stai lanciando un auto a 100 km/h devi assolutamente vedere chi ti ha scritto su WhatsApp e non ti eri accorti di essere finito sull’altra carreggiata.

Arrivi a capire che chi va addosso ad un ciclista non è solo uno stronzo, ma anche una persona che ha dimenticato come si sentiva libero da bambino.

Il mio Hotel De Andrè

Ogni volta che scrivo uno spettacolo teatrale tendo ad isolarmi da tutto il resto cercando un’immersione totale in quello che voglio raccontare.
In questi giorni ho visto De Andrè in ogni angolo della strada, nei gesti tra persone dati troppe volte per scontato, nella natura che dimentichiamo volentieri.
Ma non era lo stesso De Andrè che ascoltavo da bambino in macchina con mio padre e che probabilmente è stato il primo colpevole del mio avvicinamento ad una chitarra, ma ancora di più alla musica. Di colpo ho trovato un artista completamente nuovo alle mie orecchie che si è presentato come un misterioso passante con i segni dell’età su un viso comunque affascinante.
Parlarne oggi, a poche ore dalla prima teatrale di “Hotel De Andrè”, è davvero difficile. Il grado di coinvolgimento è talmente forte che il solo pensiero di andare su un palco a parlare di lui mi terrorizza. Però qualcosa da dire ce l’ho e probabilmente rientrerà nelle frasi che domani non riusciranno ad uscire dalle mie labbra.

Io credo che non solo con De Andrè, ma con tutti i cantautori che hanno segnato la musica, stiamo sbagliando direzione. Il vizio di inserirli in un catalogo, inquadrarli e quindi girarli a proprio piacimento è una delle cose più tristi che possiamo fare a noi stessi. Parlare di “cantautorato” oggi è come levare due dita di polvere da una vecchio baule in soffitta. Un argomento che va a ricadere nel solito gioco presente-passato fatto di paragoni inutili che sfociano nella competizione, nello smarrimento.
Le categorie che conosciamo sono vecchie e stanche.
Nella Buona Novella De Andrè parlava di Gesù Cristo spogliandolo dal sacro e rendendolo umano, terreno. Ci ha mostrato la strada per abbattere etichette che continuamente prendiamo in prestito quando parliamo delle sue canzoni.
De Andrè non è un cantautore, non è un poeta, ma un uomo. E l’uomo non passa solo dalle sue canzoni, ma anche da come ha scelto di vivere e da quello che ha lasciato, sfuggendo quindi alla trappola del tempo.

Uno dei suoi tanti collaboratori, Massimo Bubola, in un’intervista raccontava il modo con cui Fabrizio De Andrè interveniva sui testi delle canzoni: puro artigianato. Era capace di perdere il sonno e anche le settimane per trovare la parola giusta al posto giusto perchè non si trattava solo di semplici canzoni, ma di vere e proprie case che dovevano restare in piedi cento o duecento anni.

Questo modo di concepire la musica, ma più in generale il proprio modo di esprimersi e comunicare, mi ha permesso di vederlo con altri occhi e con un’empatia che non credevo di conoscere.
Chissà come sarà raccontare De Andrè su un palco, provo ad immaginare solo quello che verrà dopo perchè l’incontro con persone del genere ti scombussola l’anima. E questo non riuscirà a cancellarlo un errore e non potrà sporcarlo un applauso.

In quest’ansia del tempo che rincorriamo c’è spazio per una libertà, per un viaggio che porta un po’ più lontano.

Cellino, torniamo ad essere un semplice paese?

Queste righe non sono una lettera o un discorso, diciamo più una chiacchierata aperta tra di noi, degli appunti condivisi insieme.
Fermiamoci un momento perchè probabilmente stiamo lasciando troppe cose per strada.
Cos’è vivere in un piccolo paese di provincia? Al di là delle esperienze personali e di quanto ognuno possa sentirsi più o meno a suo agio in un territorio di poche migliaia di abitanti, le prime due parole che mi vengono in mente sono “contatto diretto”. Un qualcosa che una città, per quanti sforzi possa fare, non riuscirà mai a raggiungere.
A Cellino San Marco siamo in un contatto diretto continuo, ma c’è qualcosa che non va. Intendiamoci, la filastrocca che “nel paese accanto funziona tutto meglio” lasciamola da parte anche perchè se ci spostiamo di qualche chilometro capita di ascoltare da altri che “da voi si sta molto meglio che qui”. È la bellezza della provincia.

Dov’è, quindi, il problema?
In molti staranno pensando alla cronaca nera, soprattutto quella degli ultimi anni, ma commettono un clamoroso errore: la criminalità è una conseguenza ai problemi di un paese, non la causa. E non riguarda solo Cellino.
Chiediamoci un momento in che direzione stiamo andando perchè recentemente l’unica cosa davvero cresciuta nel nostro paese è il livello di litigiosità gratuita, mentre è precipitata la partecipazione al paese. Quante volte ci siamo imbattuti in ridicole conversazioni interminabili lette sui social network che vedevano la vita del paese come protagonista? Ridicole perchè a volte avvenivano tra persone che abitavano nella stessa strada o alcune volte tra gente che abita sotto lo stesso tetto. Con l’illusione di comunicare in maniera innovativa stiamo regredendo spaventosamente nel saper parlare o saper ascoltare persone che incontriamo tutti i giorni.
Lasciate perdere il fatto che è un fenomeno globale, rimaniamo tra di noi almeno in queste righe.

Al di là di chi ha scelto di lasciare Cellino per innumerevoli motivi, noi che siamo rimasti continuiamo a confondere clamorosamente “l’abitare nel paese” con “l’abitare il paese”. Dov’è la differenza? Abitare il paese vuol dire tornare a partecipare, a creare quel senso di appartenenza che ci fa andare oltre la lamentela e la rassegnazione gratuita a cui siamo abituati. Mi rendo conto che questa frase può sembrare retorica ed è a questo punto che sono i fatti reali a venirmi in soccorso.
In questi giorni è stato pubblicato un lavoro della Res Publica Cilinara che è storico: un video che raccoglie le testimonianze di alcune delle persone che hanno segnato la storia di Cellino San Marco negli ambiti più eterogenei. Un progetto del genere resta nella memoria e in quanto a grandezza e professionalità con cui è stato realizzato può essere paragonato ai volumi storici realizzati dal professore Spina. Attraverso le nuove tecnologie la Res Publica Cilinara sta contribuendo a lasciare tracce permanenti della storia di questa comunità rendendole accessibili a tutti.
(link per guardare il video: https://www.facebook.com/cilinari/videos/1389788047712193/ )
Se la sfida è quella di realizzare un grande archivio della memoria, vorrà dire che le radici delle nuove generazioni passeranno attraverso quest’archivio. E queste attività devono essre sostenute, finanziate pubblicamente, anzichè bruciare denaro in manifestazioni che durano un giorno e poi sono destinate a perdersi.

Progetti del genere devono essere dei marchi della nostra comunità. Con quel video ho riconosciuto la dolcezza del mio paese e dei suoi volti, lontana parente dei ritratti (ahimè indecorosi) dei giornali degli ultimi giorni e dei litigi che troppo spesso spaccano Cellino in due per ragioni banali.
Perchè non torniamo, invece, a sentirci parte del nostro paese senza metterci necessariamente davanti a qualcuno? Perchè non ritroviamo la semplicità delle persone che hanno lasciato le loro testimonianze in questo video?
Ci stiamo perdendo per strada perchè abbiamo dimenticato qual è la nostra realtà: 6000 abitanti in contatto diretto. Non c’è nessuna “metropoli” da recuperare e nessun piedistallo politico da conquistare, siamo noi con i nostri problemi e la nostra dimensione.
Servirebbe guardare questo video ogni volta che avvertiamo spaccature o quando il nostro punto di vista è distruttivo e rinunciatario.
La memoria può diventare anche un ottimo pro-memoria.
Ogni volta che qualcosa viene organizzata male in paese, ricordiamoci che la persona che se ne sta occupando magari abita a 200 metri da casa.
Ogni volta che vogliamo fare politica con una nostra decisione per Cellino ricordiamoci che stiamo esercitando in quel momento una forma di potere e che il potere “è la capacità di intervenire sulla realtà e riuscire a cambiarla” e non imporre i propri gradi e la propria etichetta a persone che conosciamo.
Ogni volta che un problema diventa lo strumento per accrescere il nostro ego, fermiamoci un momento e chiediamoci se stiamo conoscendo tutti gli aspetti di quel problema prima di lamentarci.
Non possiamo dire che non si fa mai niente se si sta chiusi in casa, così come non possiamo dire che questa non è terra per far crescere qualcosa perchè soprattutto le nostre campagne ci hanno insegnato il contrario e molte volte recuperare il sentimento del contadino nella vita di tutti i giorni può aiutarci a vedere delle alternative.

Ritorniamo ad “essere paese”. Tutti. Cilinari.
Andrea.

Da Escudé a Delbonis: le imprese degli outsider nelle finali di Davis Cup

Croazia – Argentina: 2 a 3. Il miracolo di Del Potro.

È questo il riassunto che emerge dall’ultima finale di Coppa Davis: un’edizione che ha visto una finale inedita e molto equilibrata dove la favola del ritorno di Del Potro nel tennis che conta, iniziata con la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Rio, è culminata in un lieto fine con la vittoria dell’ “insalatiera” che tanto mancava alla nazionale argentina dopo 4 finali perse.
Questo tipo di approccio nel raccontare la Coppa Davis è dovuto soprattutto alla tendenza delle ultime edizioni: vince chi ha il top player in squadra, dalla vittoria di un Murray trascinante alle accoppiate vincenti di Svizzera (Federer/Wawrinka) e Repubblica Ceca (Stepanek/Berdych), passando anche per le edizioni portate a casa da Serbia e Spagna con Djokovic e Nadal tra i protagonisti. Il problema frequente sta nel dimenticare quelli che sono i cosiddetti “numeri 2” chiamati a non sprecare il lavoro dei “numeri 1” o spesso salvare una situazione che rischia di precipitare.

La storia della Coppa Davis è piena di outsider che sono stati decisivi al quinto match della finale, e quest’anno Federico Delbonis è entrato di diritto in questa categoria di nicchia. Il suo rapporto con la Davis non è stato particolarmente felice, in Argentina tremavano al pensiero di vederlo quinto singolarista contro la Croazia dopo l’esperienza della passata edizione: nella semifinale contro il Belgio, infatti, toccò a lui giocare il match decisivo che avrebbe potuto riportare la “Celeste” in finale, ma fu battuto da Steve Darcis. Richiamato quest’anno contro l’Italia, Delbonis ha invertito la tendenza con due pesanti vittorie su Fognini e Seppi, ma nella semifinale contro la Gran Bretagna capitan Orsanic preferì Pella. Non una garanzia, insomma.
A Zagabria, però, Delbonis è apparso molto centrato già dal primo singolare perso con Cilic (ma in cinque lunghi set) e nel match decisivo contro Karlovic non c’è mai stata storia, sempre in controllo per tutti e tre i set.

Ed è grazie ai gregari che questa competizione aumenta il proprio fascino.
Il miglior esempio viene dall’edizione del 2001 e parla francese
. Ai quarti di finale la Francia è chiamata ad una temibile trasferta in Svizzera, casa del giovane Federer e di Rosset. Nel primo singolare Clement vince grazie ad un rocambolesco 15 a 13 set decisivo e successivamente Escudé riesce a sorprendere Federer in quattro set. Ma il futuro campione svizzero riesce a ribaltare la situazione guidando il doppio alla vittoria (9/7 al quinto) e battendo Clement nel quarto singolare. Nel match decisivo è la volta di Bastl-Escudé e si arriva ancora una volta al quinto set dove, sul 6-5 gli elvetici hanno un match point: un dritto lungolinea di Escudé viene chiamato “out” dal pubblico, Bastl si distrae, perde il punto e il francese porta a casa l’incontro per 8 a 6. Nella semifinale con l’Olanda a lui tocca nuovamente il secondo singolare contro Schalken, anche questo portato a casa per 8/6 al quinto, permettendo così alla Francia di chiudere la pratica già con il doppio. Ma è nella finale alla Rod Laver Arena contro l’Australia che Escudé entra definitivamente nel mito. Il primo singolare lo vede opposto al numero 1 del mondo Lleyton Hewitt accompagnato da un clima da stadio: Escudè, che prima di quella partita vantava solo 2 tornei ATP e un best ranking al 17esimo posto, riesce a fare il capolavoro e, contro tutti, vince 6/4 al quinto set. La reazione di Rafter e di Hewitt non si fa attendere e il match torna in parità sul 2-2: nel match finale è ancora Escudé a dover salvare la Francia dopo la rovinosa sconfitta di Grosjean e ad attenderlo c’è Wayne Arthurs. Ma quello è il territorio di Escudé che ancora una volta riesce a vincere e a regalare una delle più belle Davis vinte dalla Francia, probabilmente in concorrenza con quella del 1996.
Sì, perché la storia della nazionale francese di tennis passa soprattutto da imprese di questo tipo. Nel 1996 la Francia, capitanata da Noah, si gioca la finale in casa della Svezia di Edberg-Enqvist-Bjorkman. I transalpini si aggiudicano subito il primo singolare con una netta vittoria di Pioline su Edberg a cui segue la pronta risposta dei padroni di casa con la vittoria di Enqvist contro Boetsch. Ma dopo il doppio vinto dalla Francia e la vittoria per 9/7 al quinto set di Enqvist su Pioline, tocca ancora a Boetsch in singolare contro l’outsider Kulti. Il francese vince il primo set al tie break, perde clamorosamente gli altri due e riesce, ancora una volta grazie ad un tie break a salvare la partita portandola al quinto set. Sul 7/6 Kulti ha due match point consecutivi in risposta ma non riesce ad approfittarne e cede alla distanza: 10-8 per la Francia.

La bellezza di queste storie sta proprio nel fatto che vengono all’interno di squadre dove i protagonisti attesi sono altri, le imprese di Escudé e Boetsch sono figlie delle sconfitte di Grosjean e Pioline. Ma quando si parla di Francia e outsider non sempre c’è una vittoria di mezzo, infatti l’altra faccia della medaglia sono state le Davis perse da favoriti.
La storia più recente ha visto la Serbia affermarsi per la prima volta in questa competizione grazie al protagonista meno atteso. Con Djokovic e Tipsarevic per i singolari e un ottimo doppio guidato da Zimonijc a cui veniva spesso affiancato Tipsarevic, Troicki era la riserva naturale che, nell’edizione 2010 ha anche rischiato di essere causa di possibili eliminazioni: sia ai quarti che in semifinali aveva perso i suoi due singolari e nella finale di Belgrado era molto probabile il suo impiego viste le precarie condizioni di Tipsarevic. Dopo aver perso il doppio in cinque set con Zimonijc e assistito dalla panchina al pareggio di Djokovic nel quarto match, tocca proprio a lui sfidarsi con Llodra: il pronostico è tutto per il francese, molto più imprevedibile e ricco di soluzioni rispetto al discontinuo Troicki che, all’ultimo atto, si trasforma in Djokovic e prende a pallate Llodra. Quella Davis rappresenterà poi la spinta necessaria per portarlo nella top 15 l’anno successivo.

Ma ritornando indietro nel tempo, subito dopo quel famoso 2001 la Francia era chiamata a difendere il titolo nella finale con la Russia di Safin e Kafelnkinov a Parigi-Bercy. Nel primo giorno allo squillo di Safin risponde subito Grosjean riportando la situazione in pareggio e nel doppio “Mr. Davis Escudé” e Santoro conducono la Francia in vantaggio. Safin riesce nuovamente a pareggiare i conti battendo Grosjean nella sfida tra i numeri 1, ma nel match decisivo Kafelnikov dà forfait e lascia spazio al giovane 20enne Youzhny, portato a Parigi come rimpiazzo insieme a Stoliarov. Nella sfida contro Mathieu, venerato in patria come futuro top 10, il russo fa tanta fatica ad entrare in partita perdendo i primi due set. Nel terzo inizia a cambiare completamente gioco costringendo l’avversario a numerosi cambi di direzione e rasoiate di rovescio da ammaestrare: dopo essersi sbloccato, Youzhny riesce a rispondere colpo su colpo e a completare una clamorosa rimonta che porterà la prima Coppa Davis alla Russia.
A causa di quella sconfitta i francesi bollarono il prodigio Mathieu come “perdente” per il resto della sua carriera, soprattutto dopo aver ancora scolpita in testa l’immagine di Escudé che l’anno prima espugnava la Rod Laver Arena. E c’è anche chi, ripensando a quel 2002, dà le maggiori responsabilità della sconfitta a capitan Forget colpevole di aver schierato Mathieu, nonostante avesse Escudé pronto all’ennesimo miracolo.

Link articolo Spaziotennis: http://www.spaziotennis.com/editor/da-escude-a-delbonis-le-imprese-degli-outsider-nelle-finali-di-davis-cup/47632

“Porti gente?”: fare cultura nell’era social

Direttori artistici, operatori culturali, gestori di locali e luoghi in cui si fa cultura: questa lettera aperta è per voi.
La vera colpa della situazione in cui ci troviamo è dovuta al non aver ascoltato a suo tempo Franco Battiato quando nella sua Up Patriots to Arms cantava «mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura». Ci sono delle pregevoli eccellenze che lavorano bene nel territorio, questo va detto, ma sono delle mosche bianche in un panorama veramente brutto.
La stragrande maggioranza di voi, purtroppo, continua a fare dei danni incalcolabili sulla diffusione della cultura, dimenticando quello che è il proprio compito, ovvero essere il collegamento tra gli artisti e i luoghi. Ed è qui che nasce il primo grande equivoco: se il direttore artistico è una persona che resta chiusa nel posto in cui opera, non si interessa di nuove proposte ed artisti emergenti e in generale opera cercando “il nome” oppure “la situazione” giusta, probabilmente deve cambiare mestiere.

L’obiezione però potrebbe essere questa: «gli artisti esordienti non portano gente e il gestore del locale non vuole rischiare». Nulla di più falso e il discorso investe ogni genere di pubblico, dalla musica al teatro fino ad arrivare alle librerie.
In primo luogo considerare le persone come pecore che si muovono a seconda se il nome in calendario è più o meno accattivante è una sconfitta: sia per il locale che vede i clienti come dei consumatori porta-soldi e non come un pubblico che si riesce a costruire sulla fiducia delle scelte artistiche, sia per i direttori artistici che praticamente non scelgono nulla e non portano alcun tipo di novità rispetto ad altri locali.
Cosa genera tutto questo?
Fare musica è sempre più complicato e le uniche strade percorribili per farsi ascoltare sembrano essere quelle di andare all’estero oppure alle selezioni di un talent. Lo scenario locale è pieno zeppo di cover band (da rispettare, ma senza esagerare e arrivare ai livelli di serate “Vasco Rossi Tribute Band” contro “Ligabue Tribute Band”) e di luoghi in cui si suona solo attraverso amicizie e conoscenze: la musica proposta non è più al centro ma diventa sottofondo e a questo punto l’unico consiglio da dare è mettere una selezione di Capital TV e continuare a contare il pubblico come pecore senza preoccuparsi di programmare dei live.
Discorso ancora più triste riveste i teatri dove, ai direttori artistici, si affiancano anche gli assessori alla cultura o politicanti vari che spingono per portare in scena sempre gli stessi autori (tanto la gestione è il più delle volte affidata all’ente comunale, ovvero una vacca da mungere sempre utile per ricambiare favori).
Sulle librerie, poi, questo andamento sfocia nel comico. Nelle grosse catene funziona così: se sei un personaggio televisivo hai spazio, in caso contrario resti alla porta. D’altronde non sia mai che venga presentato un libro di uno scrittore in una libreria, che trovata è mai questa? Discorso simile riveste i festival letterari dove ad ogni cinque parole viene nominato il termine “cultura” e si presentano ricette di cucina, biografie di personaggi televisivi e libri che comunque puntano tutto sul nome di chi scrive e non sul contenuto di quello che c’è scritto.

Per questo, cari direttori artistici, la vostra malattia di chiedere ad ogni nuova proposta che vi arriva “ma tu porti gente?” è diventata così pericolosa. Non avendo nè la competenza, nè la pazienza di creare un pubblico, vi siete affidati all’applauso facile e all’intrattenimento quando avreste potuto rendervi protagonisti di piccole rinascite e belle scoperte. La vostra assenza di fiducia nei confronti dell’arte e della cultura è triste come lo è quel tono di importanza che vi date nel rispondere seccati (o non rispondere neanche) a chi vi propone un’idea, sappiamo che è una recita e sappiamo anche quanto sia inutile l’immagine che volete difendere.
Eppure avete numerosi esempi di posti che funzionano molto bene e negli anni sono stati capaci di creare un nome rispettato e un pubblico fedele, riuscendo a portare grandi artisti senza mai perdere l’attenzione sul panorama locale (magari riservando una data al mese agli esordienti), collaborando con scuole e accademie e guardando sempre in prospettiva futura.
Se una serata va male la colpa è della pubblicità, dell’artista, del pubblico. Mai vostra, mai.
Se una serata va bene, avete pronto il post chilometrico su Facebook in cui buttate dentro parole come “gavetta”, “lavoro”, “fatica”, “risultato”, eccetera.

Credevamo di aver visto il massimo con gruppi che rimanevano a casa per far posto alla cover band dei Modà, ma la richiesta di un “Caffè Letterario” di ospitare presentazioni di libri e chiedere 70€ di affitto della sala agli scrittori è stata l’apoteosi.
Ora potete continuare a parlare di cultura, una parola bellissima per sciaquarsi la bocca.

 

Il talent show si sputa addosso

Siamo ormai giunti ai titoli di coda.
Cari talent show, tra cinque anni finalmente non sentiremo più parlare di voi.
Lo sputo in telecamera del cantante dei The Kolors agli MTV Awards 2016 è l’immagine perfetta dello stato attuale dei talent show televisivi e di tutto il sistema discografico a supporto.
Assenza di idee, show ormai ridotti ad un copia e incolla, ricerca di personaggi da lanciare e non di artisti da costruire, difficoltà oggettiva nel crescere, grado zero di sperimentazione musicale e l’elenco potrebbe allungarsi a dismisura.

The Kolors è un progetto perfetto per descrivere questo declino: il successo degli One Direction in Italia non poteva rimanere solo nelle mani delle major americane, quindi serviva una band italiana che riproponesse un sound simile e abbracciasse quella fetta di pubblico adolescenziale che fa da traino per gli ascolti televisivi e per l’indice di gradimento sui social network. A tutto ciò si affianca la Ultrasuoni, l’etichetta discografica nata dalla fusione delle maggiori radio commerciali italiane (Rtl, Radio Italia, Rds), per diffondere ovunque il nuovo prodotto: Amici, la pubblicità della Vodafone, videoclip mandati ossessivamente in rotazione per tutto il giorno, eccetera.
Fare una brutta copia del peggio e riproporre questo copione per anni ha svuotato completamente la musica italiana, ormai incapace di sfondare i confini nazionali e rimanere, quindi, nella sua solita nicchia provinciale ed autoreferenziale.

I prodotti da talent show sono ormai sempre più condannati ai numeri dei social network, alle visualizzazioni di Youtube, ma quando si tratta di suonare veramente su un palco (e non grazie al playback dello studio televisivo) iniziano ed evidenziarsi limiti stratosferici.
Per organizzare dei concerti le major discografiche sono costrette ad agganciarsi a maxi sponsor che devono evitare il pagamento del biglietto, altrimenti il flop di pubblico è dietro l’angolo. In tutto questo per riempire una piazza non basta un artista o una band, ma viene messa insieme un’accozzaglia di 10-12 artisti (sempre gli stessi a rotazione) per il semplice fatto che reggere due ore di live per artisti senza alcun tipo di gavetta è impossibile.
Per farla breve, quando la musica da talent esce dalla tv e si scontra con il mondo reale getta la sua maschera e trova sfogo in gesti come quello di sputare ad una telecamera, ovvero sputare a se stessa.

Il talent show ha paralizzato i gusti di una fetta importante del pubblico adolescenziale perchè ha proposto un modello di comportamento e non delle canzoni. In passato era quel tipo di pubblico a trainare i gusti musicali della massa, dai Beatles ai Nirvana senza dimenticare i fenomeni sociali del punk e dell’hip-hop. Adesso questo non succede più perchè non si crea un’identità tra l’artista e il suo pubblico, non c’è alcun carattere intimo nelle canzoni e nella musica, ma solo una banale e schifosa dimostrazione di come si può arrivare al successo in poche mosse. Non è più la musica ad attirare, ma il personaggio.
Ultimo appunto per i “giudici” di questi show. Molti sostengono che il loro ruolo in contesti del genere è necessario perchè possono avere delle “importanti cose da dire sul piano musicale”. Ma la domanda potrebbe essere semplice: se hai delle cose da dire sulla musica perchè non lo fai, semplicemente, attraverso la tua musica?

Quando inizieremo a capire che parlare di talent show musicali è parlare del nulla, la musica ci dirà grazie e sarà pronta a farci ascoltare qualcosa di nuovo. Come sempre.